(E)lezioni dalla Germania…
Dunque il “Superwahljahr” (il “super anno elettorale” denso di appuntamenti: elezioni amministrative, europee e infine politiche) tedesco è giunto a conclusione. Come era prevedibile, la Cancelliera Frau Merkel è stata riconfermata; meno prevedibile era la misura della sua vittoria, o meglio la misura della disfatta dell’SPD, crollata nei consensi dal 34 al 23 per cento. A chi magari sta gioendo in cuor suo per la “meritata punizione” che gli elettori tedeschi hanno riservato a chi, con il governo Schroeder, ha aperto la strada alle riforme neoliberiste ed allo smantellamento dello stato sociale in Germania, valga ricordare che la SPD è, per collocazione e storia, il principale partito socialdemocratico d’Europa. Si potrà laconicamente commentare che la socialdemocrazia si è scavata la fossa da sola, ma il fatto che la sinistra europea non sappia trarre vantaggio dalla più grave crisi del capitalismo dai tempi del crac del ’29 dovrebbe indurre a riflettere…
D’altro canto, basta spostare lo sguardo un pò più in là, per vedere il volto felice di un’altra sinistra, anzi, de “La” Sinistra, “Die Linke“, il partito nato dalla fusione degli eredi della DDR guidati da Gregor Gisy e dei “ribelli” della SPD capeggiati dal carismatico Oskar Lafontaine. Un partito anticapitalista nel senso tradizionale del termine, il cui successo, a fronte dei buoni risultati su tutto il territorio nazionale (in particolar modo tra giovani, disoccupati ed immigrati) ormai non è più spiegabile solo attraverso un radicamento territoriale nei vecchi “laender” dell’est.
Eppure, in Italia, dove osservatori interessati hanno seguito con attenzione i risultati delle elezioni, incredibilmente si continua a negare l’evidenza, e nel Partito Democratico nomi noti e meno noti si rincorrono in fantasiose interpretazioni del voto tedesco, dalle più banali (“la SPD ha pagato lo scotto della grande coalizione”) alle più agghiaccianti e tipicamente nostrane (“non si è saputo affrontare il tema dell’immigrazione e della sicurezza”… sic: quali abissi di provincialismo si possono raggiungere… affermare una cosa simile significa davvero non sapere che la FDP, vera trionfatrice di queste elezioni e e futura alleata della CDU-CSU, benchè spietatamente liberista è sempre stata favorevole al multiculturalismo, e non è nemmeno lontanamente paragonabile alla Lega che con la sua xenofobia ingiustificabile continua a dettare le priorità dell’agenda politica italiana, aihmè anche a sinistra!). Scartando così l’unica, banale e spietata (per il PD) verità: che la sinistra, quando “fa” davvero la sinistra – o quantomeno, morettianamente, trova il coraggio di dire cose di sinistra – vince, mentre quando si lascia sedurre dal miraggio della rincorsa al “grande centro” perde i propri elettori senza riuscire a conquistarne di nuovi. In altre parole, la “terza via” blairiana ha fallito, ed è ora di prenderne atto: non per tornare sui sentieri antichi e consunti del secolo scorso, ma per dare davvero una risposta alla domanda “cosa significa essere di sinistra all’alba del XXI secolo?”.
Una postilla finale: condivido la considerazione della TAZ, intelligente quotidiano di sinistra tedesco, che in un suo editoriale post-elettorale ha suggerito di prestare attenzione agli ottimi risultati della FDP e della Linke: da un lato un partito apertamente neo-liberista, favorevole all’abbassamento delle tasse per il ceto medio, alle privatizzazioni ed a tutto ciò che ne consegue; dall’altro un partito dichiaratamente anti-capitalista, che ha fatto campagna elettorale con slogan come “tassare i ricchi” e “salario minimo adesso”. Il rafforzamento di questi due poli, conclude preoccupata la TAZ, indica un’immininte recrudescenza nelle lotte per la redistribuzione della ricchezza. La crisi ci ha resi più poveri, e solo una forte politica redistributiva da parte dello stato può proteggere i ceti più deboli dagli appetiti di un sistema economico più spietato che mai; d’altro canto, i ceti abbienti non sono certo disposti a concedere l’onore delle armi, e soprattutto il contenuto dei loro portafogli, senza lottare fino in fondo per la difesa ed il rafforzamento dello status-quo. I prossimi anni saranno decisivi per capire i possibili sviluppi ed esiti di questo scontro decisivo, che si preannuncia tutt’altro che chiuso.
